Le infinite distese accecanti, increspate, si estendevano per vallate e vallate.
Davanti a lei, un bianco abbagliante senza fine; dietro di lei, neanche un’orma.
Scivolava da chilometri, ma il suo fluire non lasciava traccia.
Eppure, esisteva:
l’arsura della sua gola lo testimoniava.
Esisteva, sì, ma in un modo impercettibile:
procedeva a passi incerti, quasi in punta di piedi, per non far rumore, per non disturbare.
Lei, che era fantasma invisibile, leggera farfalla ineffabile.
Eterea, inconsistente.
Come i suoi movimenti.
Dentro di lei un’eco rimbombava:
l’aria sbatteva contro pareti vuote, generando tormente che nulla sollevavano.
La siccità di quel luogo si specchiava nella sua.
Non aveva ombra e il riflesso sfolgorante di tutto quel bianco era lo stesso delle sue viscere.
Dopo ore di passi immateriali, un miraggio:
era davvero un pozzo quello che si stagliava davanti a lei?
O i suoi occhi avevano deciso di ingannarla,
ammaliandola con effigi fallaci?
L’arsura si fece più violenta: non poteva più ignorarla.
La gola le urlava: «Dissetami.»
Una leggenda infestava da sempre quel luogo abbacinante:
si raccontava che, talvolta, una magia sopravvenisse, facendo comparire, solo ad alcune fortunate, l’acqua nera.
Un’acqua che non si limitava a dissetare:
diveniva linfa, nutrimento.
Si domandò:
perché a lei?
Lei, dal fluire lieve, inavvertibile.
La sua essenza si era da sempre manifestata effimera:
in rari momenti era riuscita a scalfire la pagina,
ma erano spasmi isolati, incapaci di capovolgere la realtà.
Un’esistenza trascorsa nell’invisibilità.
Non era destinata a incidere nulla.
Non era nata con quel dono.
Doveva accettarlo.
Non c’erano dubbi, ora: il pozzo era davvero lì.
Corse a perdifiato fino a quando non gli fu davanti.
Trasalendo, ne toccò la superficie:
granitica e calda, sorprendentemente viva.
Si affacciò nel vuoto e la vide, l’acqua nera:
densa, ribolliva sul fondo come magma.
Ne sentì il richiamo: era come se sussurrasse il suo nome.
Preda dell’incantamento, si sporse,
e
in un attimo
cadde.
Il pozzo l’accolse nel suo ventre caldo,
e l’acqua nera le si arpionò addosso.
Ma non sentiva dolore.
Al contrario: una sensazione di pienezza iniziò a scorrerle dentro.
Bevve, si saziò fino a traboccare;
il tempo si spezzò.
Non seppe quanto tempo fu passato quando l’acqua – vorticando – la riportò in superficie.
Intinta e grondante, cresceva dentro di lei una sensazione mai provata:
un fiume in piena, inarginabile, nero come l’acqua che l’aveva dissetata.
Frastornata, inspirò a fondo.
Espirando, decise di provarci.
Scivolò.
Scivolò inizialmente lenta,
con l’andatura in punta di piedi che l’aveva sempre accompagnata.
Ma scivolò ancora, più convinta,
e dietro di lei comparve una scia:
lucida, nera, vivida.
Scivolò ancora,
e le sue orme seguirono la sua danza.
Le sue orme esistevano.