In quei giorni – settimane? Mesi? – alcuni pensieri trovavano la strada della coscienza, nonostante cercassi di saturare le mie giornate: io non desideravo altro che ritrovarmi finalmente rannicchiata nel letto senza sentire più alcun brusio, chiudere gli occhi e lentamente scivolare via da doveri. E paure.
Ma quei pensieri che mi scovavano ovunque io provassi a nascondermi erano giganteschi calabroni che continuamente sbattevano da una parte all’altra della mia mente, pungendomi. Facevano male, nonostante non fosse veleno quello che m’iniettavano: era vitale linfa, dalla quale sgargianti fiori sbocciavano.
Nonostante la meraviglia, che paura ho avuto quando la mia mente s’è trasformata in un giardino fiorito. Era uno spettacolo inedito e inaspettato, ma ho avuto paura. Ogni petalo di ogni fiore neonato portava in sé, suggellato da un patto incorruttibile, la consapevolezza che la vita che avevo condotto fino a quel momento – quella vita che era abitudine e conforto, e casa – non esisteva più.
Nella loro variopinta e profumata esistenza, quei fiori mi sussurravano – ma che dico, me lo urlavano, sfrontandomi addosso una verità che non potevo più ignorare – che una vita conosciuta era giunta al suo capolinea. Quella vita era la mia. Quella vita era la mia, ed era anche la sua.
Quel giardino era florido, ma le lacrime che rompevano i margini delle mie difese inondando le mie guance non erano lacrime di commozione. Un dolore liquido e salato sgorgava da occhi che non potevano più fingersi ciechi: il grande inganno si era dissolto. Tra le mie ciglia, impigliata, incastrata, la consapevolezza aveva trovato casa.
A quel punto fu difficile. Lui mi chiese se lo amassi ancora; gli risposi di sì.
Mentii.
Non volevo credere di essere diventata un’altra, non volevo ammettere di non conoscermi più.
Sono stata così male. Rifuggo ancora dagli strascichi di quelle emozioni taglienti.
Lame, sono lame. I sensi di colpa sono affilate lame.
Chi lascia vede il quadro completo. E si obbliga ad interpretare il ruolo del carnefice anche quando dentro si sente morire. Vorrebbe urlare, ma la sua voce si disperde nell’odio che la persona che tanto ha amato ora gli riversa addosso.
Ho chiuso tutto in un cassetto nascosto, l’impacchettato, nascondendolo alla mia vista. Gli ho detto di non cercarmi più, “per favore lasciami tempo e silenzio, ho bisogno di aria. Ho bisogno di spazio, sto soffrendo di claustrofobia.” Mi sentivo chiusa anch’io: non potevo più obbligarmi a farmi piccola, mansueta, non potevo più addolcire una pillola inevitabilmente amara, essere amorevole e accondiscendente, non potevo più stare rannicchiata accanto a lui per consolarlo dal male che provava.
Dal male che io stessa gli stavo causando.
Mi sono alzata in piedi.
Ho scoperto di essere alta.
Ho scoperto di potermi prendere tutto lo spazio che desideravo, ho scoperto che avevo una voce, un corpo, dei desideri. Ho scoperto che esistevo. Che ero un’individualità, in ricerca, in crescita: potenzialmente potevo essere qualsiasi cosa io volessi. Fare qualsiasi cosa desiderassi.
Così ho iniziato a farlo. Nascosta dietro la giustificazione dell’egoismo salvifico, ho assaggiato qualsiasi cosa mi allettasse. Preso scelte impulsive, esplorato possibilità mai prima d’ora prese in considerazione. Aggrappata a una leggerezza che avevo perso ho riso sguaiatamente, a squarciagola, fregandomene di giudizi, pareri, perplessità e preoccupazioni.
Me ne sono fottuta, ed è stato dannatamente bello!
Sono stata irraggiungibile per chiunque: cazzo, io non volevo farmi trovare! Io volevo solo vivere. Vivere e basta. Io volevo ubriacarmi di possibilità, fare scelte azzardate, magari pentirmene dopo, ma a fanculo ogni rimpianto. Con ingordigia mi sono abbuffata di vita, tutta quella che credevo d’essermi persa in quei cinque anni, trascorsi nell’accudimento, nella depressione condivisa, nell’inerzia più buia.
E quella sensazione di spazio: immenso, vuoto. Quel bianco ovattato, sterminato e sconfinato tempo che attende d’essere riempito.
È disarmante.
La libertà ha un sapore strano: sulla punta della lingua è dolce, dolcissima, zucchero distillato che stordisce le pupille; al centro, però, si fa acre, rancida: dà la nausea.
Io, a un certo punto, non ho più saputo che farmene.
Tuttora non ho capito che farmene.
Terminata l’ebrezza non è rimasto che mal di testa.
E sete, ancora.
Sete di qualcosa che davvero riesca a dissetare.