Sussurri di velluto


Processo per eccessivo bisogno

Sono qui, in mezzo a me stessa.

Plurime me s’accalcano: devono imporsi, far emergere la propria voce.

Le guardo. Di nascosto, l’occhio destro sbircia. Sono nella penombra: il sole tramonta, la tapparella ne taglia a spicchi i raggi.

Come puoi essere così bisognosa?, domanda la prima alla seconda.

La luce fioca ne indurisce i tratti. Mi assomiglia, ma è più bella. È inarrivabile.

Come puoi annullare te stessa, annullare me perfino, solo per un briciolo d’affetto? Non ne abbiamo bisogno.

Piange, l’altra. È così piccola, così indifesa. È me, ma il suo aspetto è quello di una bambina.

È me, ma quando ero bambina.

La guardo, le vertigini mi offuscano la vista. Sento il suo vuoto. Dio, se lo sento.

Il suo vuoto è il mio vuoto.

Non verbalizza, semplicemente singhiozza.

E, nel farlo, tenta di rimpicciolirsi ancora e ancora.

Fino a non essere più.

Eclettica, mi definisco.

Incoerente, e volubile.

Dentro di me, le varie me sono in guerra. Quanto vacilla la mia identità. Nessuna stella polare, per me.

Bramo carezze.

È la me bambina, a bramarle.

Questa stanza è troppo piccola per tutte noi. Ci stiamo strette. Provo a ignorarle. Provo a cadere davvero nel sonno. Senza pubblico – magari – si stancheranno e se ne andranno, penso.

M’illudo.

Sono sotto le coperte, rintanata nel mio letto. I singhiozzi della me bambina sono interrotti dalle accuse della me giudicante. E io, io che dovrei essere l’adulta, tiro su la coperta fino al mento. Serro gli occhi. Fingo di dormire. Vorrei che questo letto mi risucchiasse.

Penso al significato del termine “dialettica”, e le vertigini aumentano. Quale mai potrebbe essere la sintesi tra queste due opposte tesi?

Non penso possa esistere.

Il mio telefono inizia a vibrare. Vibrazione lunga e continua: qualcuno mi sta chiamando.

Percepisco la me bambina trattenere il fiato: è la telefonata che aspettava.

L’altra me, invece, mi desta dalla mia finzione: sono io a dover prendere una decisione, lo sappiamo tutte. Devo essere io a decidere se rispondere, o ignorare.

Tocca a me.

Ma io, io cosa voglio?

Sentire la sua voce, certo che lo voglio.

Farmi trovare esattamente dove sa che sarò. Questo lo voglio un po’ meno.

Sempre disponibile, ma mai pretenziosa. Sono il sogno di ogni maschio.

Ecco, questo pensiero, questo pensiero è tutto della me giudicante.

E adesso, adesso cosa faccio? Io, io cosa voglio?

Il comodino continua a vibrare.

La mia mente è sismica. Non posso più fingere un sonno che non m’appartiene.

Mi tiro su, le guardo, le due me. Entrambe mi stanno fissando.

Negli occhi della me bambina scorgo implorazione. Mi si avvicina, gli occhi rossi e le guance salate. Si siede accanto a me, sulle lenzuola stropicciate. Fruscio leggero tra i singhiozzi.

Ci sta chiamando, sussurra. Non lo fa mai. Se lo fa sarà sicuramente importante.

La sua voce è supplichevole, ma c’è un fondo di verità nelle sue parole. Le accarezzo piano la frangetta, ma non rispondo.

Abbiamo chiuso, te lo ricordi?, m’incalza l’altra.

Abbiamo chiuso mesi fa, perché stavate entrambe più male di quanto vogliate ammettere. E in questi mesi chi è che ha portato avanti la baracca? Ecco: io. Quindi decido io. Non devi rispondere. Lui è fuori dalla nostra vita.

Non posso controbattere in alcun modo: anche lei ha ragione. Per mesi la lacerante assenza è stata l’unica costante presenza delle mie eterne e vuote giornate.

Lui non ti ama: è stato fin troppo chiaro. E tu lo sai.

Non è vero che non ci ama, protesta la me bambina. Solo non sa ammetterlo. Non può ammetterlo!

Ti rendi conto, sì, di quanto tu sia ridicola? Per quanto tempo ancora ti cullerai nella falsa illusione di una reciprocità che non è mai esistita?

N o n t i a m a.

Se ti amasse, te lo direbbe.

Nel dirlo, la sua voce ruvida trema appena. Lo detesta, quel tremito.

Basta, vi prego, smettetela.

Per favore. Ho bisogno di tregua.

Quanto odio la verità, quando appare così crudele. Quanto odio il mio bisogno d’essere vista, d’essere amata. Mi stringo forte. Non basta.

Quanto odio me stessa, e quanto odio voi due. Vorrei nient’altro che essere inghiottita da questo vuoto.

Non sono nulla.

Nulla sono.

Rispondere o non rispondere: cosa cambierebbe?

Sei tu che decidi. L’ “adulta”, qui, sei tu.

Mi guardo guardarmi, sprezzante e disgustata. Perfino a me stessa faccio ribrezzo.

Noi abbiamo bisogno di sentire la sua voce, mi dice la me bambina. Abbiamo bisogno di sapere perché ci ha chiamate. Se avesse bisogno di noi? Lui, così autonomo e indipendente, forse ha bisogno di noi. Lui non ci chiama mai.

Le prendo una mano, la stringo nella mia.

Noi non possiamo usare l’accudimento per renderci amabili, le dico.

Non vogliamo più, mai più, essere la cura di nessuno. Ce lo siamo promesse.

Finalmente ragioni, mi dice la me giudicante.

Sì, ragiono. Ma il cinismo non mi appartiene. Dovresti saperlo.

Il comodino, ora, è silente. Sullo schermo del telefono la notifica della chiamata persa illumina la camera. Allungo la mano, sblocco lo schermo. Leggo il suo nome.

Respiro profondamente. Inspiro, conto fino a 4. Espiro, contando fino a 6.

Clicco l’icona della cornetta.

Squilla.

Pronto?