Giochiamo al gioco dei contrasti, ché abbiamo fame d’identità.
Io non sono come te.
Noi non siamo come voi.
Esiste un noi ed esiste un voi: perimetrare ciò che siamo è l’unico modo che abbiamo per non perderci, per non colare via nel mare dell’indifferenziazione.
Abbiamo necessità d’individuarci, di riconoscerci; abbiamo paura di smarrirci, di sentirci nulla.
Il nulla.
A diciotto anni o ci si aggrega o ci si oppone, non ci sono altre alternative.
La rivalità è midollo spinale, liquor indispensabile che – scorrendo – ci nutre.
L’indifferenza è un lusso che non ci si può permettere: l’indifferenza fa apparire deboli, intacca la maschera d’invincibilità che costantemente rincorriamo.
Siamo simulacri vuoti che riempiamo di concetti e aspirazioni; siamo effigi incolori, contornate da null’altro che ideali.
E quant’è tenera la maschilità quando implora la virilità di assumere una forma:
per favore,
ti supplico,
sii forte e non mostrar mai quant’è effimera questa costruzione.
Noi non siamo come voi, quindi
incontriamoci
sfidiamoci
picchiamoci.
Assaggiamo gli uni i corpi degli altri con la violenza, perché questo c’impone il copione, perché questo è quello che a noi si richiede.
Perché non abbiamo altri modi per farlo: ci hanno insegnato solo questa lingua.
Siamo uomini in divenire, non possiamo far altro che interpretarne la parte.
Sfrontare la strafottenza.
Rifuggire la curiosità, ch’è sinonimo d’accoglienza.
E non c’è spazio per chi non c’assomiglia.
Io non sono come te.
Noi non siamo come voi.
Eppure,
quanto simili siamo.